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Stefano Valla &
Daniele Scurati
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Per dove?
Buda records: 2009
«Mi sembra che | stia portando il piffero | in esilio per sempre, la sua patria vera» [1]
L'incontro
Li ho incontrati nell'estate 2008. Erano stati invitati ai tradizionali
Aperitivi Musicali del Festival Les Suds, a Arles.
C'era un allegro baccano: rumore di bicchieri, di macchine
lungo le rive del Rodano, le chiacchiere e i saluti dei cantanti
provenienti da ogni parte del mondo... E si sono messi a
suonare e a cantare. E l'intensità della loro sincerità e della
loro "virtuosità" quella "virtù" che sola riesce a trascendere
la materia ha attraversato il brusio e fatto sgorgare
qualche lacrima ai più. Tutto era così giusto in loro: il loro
atteggiamento e la loro musica diritti e generosi come un
amico di sempre, familiari e gioiosi come un pranzo di nozze
che riunisce gli anziani, i giovani e i piccoli, sotto la tavola,
a imparare come si cuce un legame attraverso il sacramento,
il cibo, la festa e, soprattutto, la musica. Ho pensato a
Cyrano. A quel momento in cui, subito prima della battaglia,
mentre tutti hanno fame e paura, lui chiama il suonatore
di flauto e gli dice:
« Avvicina [...] il flauto, vecchio pastore,
soffia e suona [...]
le antiche arie del paese, al dolce ritmo ossessivo,
in cui ogni nota è come una sorellina,
in cui restano impigliati i suoni di voci amate,
le arie la cui lentezza è quella del fumo
che il villaggio natale esala dai tetti,
le arie la cui musica ha l'aria di essere vernacolo. »
La "coppia"
Stefano Valla si presenta dicendo: «Io sono suonatore di
piffero!» come si direbbe "Io sono Presidente della Repubblica".
Ed è una superbia fondata, come si capirà da questo
modesto racconto. Per coloro che non lo sapessero, il piffero
è un oboe tagliato delicatamente nel bosso o nell'ebano,
ornato fieramente da una penna di gallo, le cui ance doppie
sono sigillate con la cera d'api. La capitale di questo strumento
è Cegni, sull'Appennino pavese, all'incrocio di quattro
province (Genova, Piacenza, Alessandria e Pavia), una delle
quali digrada verso il mare e il porto di Genova, dove Stefano
canta con il gruppo di trallalero [2] "La Squadra" di cui
ha la direzione artistica. In questo villaggio hanno vissuto
i più grandi maestri del genere, Giacomo Sala (1873-1962),
Ernesto Sala (1907-1989) e adesso Stefano Valla e, attorno
a lui, tutti gli allievi e amici musicisti che il suo talento e la
sua energia hanno portato a queste vette.
Daniele Scurati, che passa le sue vacanze a Cegni fin dall'età
di quattro anni, ha finito per cedere alla seduzione di questo
suono ipnotico, a dispetto di un percorso musicale classico
che avrebbe potuto farlo primeggiare in altri repertori. Assumendo
con la sua fisarmonica il ruolo di soffio armonico,
ritmico e melodico, ha scelto di formare con Stefano l'altra
metà della coppia, come viene chiamato qui questo tandem,
senza il quale nessuna festa degna di questo nome potrebbe
aver luogo.
Il titolo
Per rendere conto della ricchezza del repertorio strumentale
e vocale di questa regione e del dinamismo della ricerca che
Stefano e Daniele hanno condotto sulle forme della sua
creatività, i due amici hanno registrato un primo album dal
titolo "E prima di partire",
e poi un secondo, "Segni", quelli
lasciati dagli antichi a indicare il cammino. Questo terzo
album, "Per dove?", continua il viaggio nel tempo, sulle orme
della tradizione e delle piste che esse aprono a nuovi sviluppi.
Da dove e per dove? Così si pone la questione.
Da dove cominciare la storia di questo suono che è il marchio
acustico della regione?... Un suono uscito da quest'oboe e da
una fisarmonica, che fa ridere e piangere, cantare e ballare
tutte le generazioni... Un suono che Stefano Valla e Daniele
Scurati, portatori di una tradizione sempre viva, hanno elevato,
a forza di ricerca, d'amore e di "trasfigurazioni", a tal
punto di perfezione da raccogliere l'approvazione di tutti,
vecchi e giovani... Un suono sollecitato in occasione delle
feste maggiori di questo minuscolo angolo di paradiso, che
gli attribuisce tanta importanza quanta ne riceve sulle scene
internazionali, dove suscita altrettanta commozione.
Poiché, come i bambini ipnotizzati dal suonatore di flauto di
Hamelin, nel racconto dei fratelli Grimm, non c'è dubbio che,
seguendo questo suono, si sarà trasportati in una storia che
supera di gran lunga le frontiere di questo quadrato magico
di colli e monti, di villaggi adagiati in ogni piega delle valli,
di vigne e di boschi che cerbiatti, volpi e lupi attraversano serenamente...,
di strade dalle curve intagliate che ricordano
le figure ornamentali del piffero. Non c'è dubbio che, tirando
questo filo dorato, crepitante di armoniche acute, si solleveranno
gli strati antichi e recenti di un angolo di mondo che,
grazie alla sua ricchezza ecologica e musicale, figura nella
lista dei tesori "del patrimonio mondiale dell'umanità". Ed
è senza dubbio perché i valori umani sono qui così straordinariamente
preservati che questa musica non si è mai
cristallizzata in un repertorio museale da rianimare, come
succede in altre parti del mondo. Stefano dice che, se la
trasmissione di questa eredità spirituale non si facesse con
altrettanta tenerezza e intimità, la tradizione resterebbe
lettera morta. Diventerebbe materiale.
Al contrario la tradizione è molto vivace perché, anche
nell'Italia della televisione commerciale e dell'americanizzazione,
in questi luoghi non si può nemmeno pensare ad una festa
senza la coppia piffero/fisarmonica. D'altronde, oggi si celebra
l'unione di Serena e Stefano (un altro), ed è naturalmente
La Coppia – "i migliori" mi dicono in disparte – che accompagnerà
la fidanzata in chiesa. Sarà La Coppia che accoglierà
la giovane sposa per suonarle e cantarle un repertorio che
racconta più di separazione che di unione, facendo piangere
più di qualcuno al ricordo delle proprie nozze.
Ed è ancora il duo che, come un membro fondamentale
della famiglia, parteciperà al pranzo alzandosi di tanto in
tanto per intonare un canto di circostanza prima di aprire
il "ballo", punto culminante della festa che vedrà alternarsi
valzer, mazurche, polche, piane e alessandrine, danzate
da tutti quanti conoscano i passi. Perché la serietà profusa
nella realizzazione sembra averla vinta su ogni altra considerazione.
Le donne ballano volentieri insieme, così come i
giovani invitano i più anziani. Non ci si sofferma a guardarsi,
è la bellezza del gesto che si cerca e il piacere che se ne
ricava è attribuito ai musicisti, che vengono ringraziati con
un applauso dopo ogni danza. Quelli che non hanno ballato
hanno apprezzato, dal momento che qui pare che tutti conoscano
il repertorio musicale, coreografico e vocale.
Così Stefano mi indica una signora matura dalla voce eccezionale.
Appena arrivata, intona un canto perturbante, affrontando
ancora una volta il tema doloroso dell'emigrazione,
che è al centro della storia di questa regione. Per sostenerla
in questa narrazione cantata, il marito, seduto accanto a lei,
propone una voce bassa, mentre Stefano, Daniele e altri
tra i presenti, imbastiscono una polifonia sottile e piena di
affetto attorno al suo canto, lasciando sempre uno spazio
per chi volesse condividere questo momento.
E da questa signora seduta dritta dritta con lo sguardo lontano
scaturisce un suono di cristallo, che riconosco essere lo
stesso del piffero. E capisco come la nonna di Stefano abbia
potuto trasmettergli non soltanto il repertorio, ma anche la
postura e lo spirito che risplendono in questo suono. Stefano
Valla mi dice "è così che bisogna cantarlo qui!". È il suono
della regione che schizza come un laser, poi si torce in "nodi",
gira attorno ai danzatori e fa loro alzare i piedi fino a farli
sembrare degli elfi alati, uomini e donne di ogni età. Capisco
anche perché Stefano parli di vocalità, di linguaggio. C'è un
soffio che passa attraverso l'ancia doppia e diventa la voce
del pifferaio, egli stesso una reinterpretazione della voce di
coloro che gli hanno trasmesso i canti.
« Quando [...] suonava il piffero, mia zia [...] ascoltava
attentamente per sentire se suo figlio spingeva i suoni fino
alla loro perfetta solitudine» [1]
La memoria viva e la voce del piffero
«Noi siamo suonatori di tradizione. Il nostro ruolo è di
perpetuare questa tradizione vivificandola costantemente.
Fin dall'inizio la nostra domanda è stata come conservarla
senza imprigionarla, come proteggerla e farla evolvere». È
una domanda che incontrano tutti i musicisti che sono oggi
depositari di una tradizione e di quello che essa veicola in
termini di valori, storie, lingua, riferimenti, identità; di tutti
i musicisti che vogliono, al tempo stesso, liberare la dimensione
universale e atemporale insita in questa memoria viva,
permettendo di tessere, attraverso il suono, dei fili magici
tra genti ed epoche anche molto lontane tra loro, in virtù di
questo linguaggio costantemente reinventato.
«La nostra musica è legata a una lingua, ad una espressione
vocale e strumentale che sono entrambe intimamente intrecciate,
poiché il suono dell'una è spesso lo stesso dell'altra.
È la nostra identità acustica, la nostra memoria collettiva.
Ciò detto, come ogni linguaggio, anch'esso evolve». Così il
grande Giacomo Sala aveva già condotto il vocabolario del
piffero altrove rispetto al suo maestro. Si dice, per esempio,
che è lui ad aver avuto l'idea di cambiare la cornamusa che
accompagnava il piffero con la fisarmonica. (Tuttavia, da
quando il grande liutaio e suonatore di cornamusa Bernard
Blanc si è stabilito a Cegni e comincia a inoltrarsi in questo
repertorio, sembrano prospettarsi nuove alleanze.)
Dal canto mio, cerco di spingere sempre più lontano le possibilità
idiomatiche di questo strumento, conservando tuttavia
"il suono e la voce del piffero", come dicono i vecchi che mi
accordano questa parentela con la tradizione e accolgono
con benevolenza le nostre innovazioni. Io e Daniele, infatti,
abbiamo spinto le ricerche dei nostri predecessori tanto
sul piano musicale che organologico, facendo costruire e
adattare degli strumenti che potessero produrre ciò che io
chiamo "la mia voce". Una vocalità che del resto è possibile
solo se può appoggiarsi alla fisarmonica e formare assieme
un'entità sonora così perfetta come il connubio di due anime.
Perché la fisarmonica che accompagna il piffero deve sapere
tutto del modo in cui il suo compagno articola il proprio
pensiero e linguaggio musicale. In qualche maniera, la
fisarmonica è la sua prima respirazione, quella che lancia il
soffio canalizzato nell'ancia doppia dell'oboe, il quale, una
volta ancora, è un altro paio di corde vocali. La fisarmonica
lo spinge, l'attende, lo circonda con i suoi accordi creando
un alone d'armoniche nel quale il piffero si disintegra. Un po'
alla maniera delle polifonie della nostra regione.
«Apriva la fisarmonica come se aprisse la bocca
del vento, come rischiando un soffio troppo potente
che poteva spazzare via tutto.
Per ammansire quella bestia pericolosa si dedicava
anima e corpo in strepitosi abbellimenti, la teneva buona
correndo su e giù per tasti e bottoni finché il soffio
del mantice non si calmava in un respiro amichevole» [1]
«Avrei potuto imparare solo il piffero, ma la fortuna ha voluto
che abbia potuto lavorare con il maestro incontestato del
repertorio, Andrea Domenichetti detto Taramla, che era
fisarmonicista. È lui che mi ha dato la vera coscienza dell'importanza
di ciascuno in questa coppia, così che io e Daniele
siamo potuti arrivare assieme a una dimensione di questo
suono e che il linguaggio del piffero e della fisarmonica,
veicolo della nostra memoria collettiva, può parlare anche
del nostro presente e del nostro futuro.»
Perché il piffero racconta. La sua voce si apre, si chiude,
piange, ride, apostrofa, insiste, si insinua nel cuore e nel
corpo, mettendolo inesorabilmente in movimento. E attraversa
le parole per raggiungere un punto nello spazio al
di là dello spazio. Stefano dice che, quando lui e Daniele
suonano, entrano in un altro stato, tra il soffio, il ribollio di
immagini, di figure sonore e il ritorno delle emozioni che
esse suscitano...
«Benché intervenga essenzialmente in occasione dei matrimoni,
delle feste patronali o dei carnevali, il piffero, a mia
conoscenza, non è associato al religioso. Ho sempre avuto
la sensazione che questo suo ruolo nelle celebrazioni rituali
dipenda dal fatto che esso canalizza il soffio vitale e diventa
linguaggio al di là del linguaggio, dalla sua dimensione mistica,
un po' come il ney, il flauto in bambù dei dervisci.»
« Ti voglio raccontare una storia intima. Mentre ritornavo
dalla casa del mio maestro con una melodia che mi aveva
insegnato e che trovavo tanto preziosa quanto perturbante,
la ripetevo continuamente senza posa, avendo tuttavia paura
che si trasformasse in qualche cosa di vivo. Ho sempre avuto
la sensazione che il soffio, diventato suono, potesse donare
la vita, creare il passaggio tra gli assenti e i presenti. È forse
per questo che il piffero fa la festa, ma non è mai gioioso ».
«Per attraversare la quantità ci vuole una religione» [1]
Martina A. Catella
traduzione italiana Anna Consonni
Note
1. Tutte le citazioni sono state prese dal libro "Un pieno di super"
di Angelo Lumelli, p. 112, 119, 120, 134.
2. Il "trallalero" � uno stile di canto maschile polifonico e popolare
(si dice infatti che fosse il canto degli scaricatori del porto) nato in
una città industriale e ancora ben radicato.
"La Squadra" : CD Buda n. 92514, CD Buda n. 92728.
Stefano Valla & Daniele Scurati. Volume 1 : CD Buda n. 1983102.
Stefano Valla & Daniele Scurati. Volume 2 : CD Buda n. 3017171.
Il repertorio
I brani di quest'album sono stati selezionati all'interno di un
vastissimo repertorio tradizionale, lasciando da parte anche
quattro composizioni originali. La maggior parte dei titoli è
costituita da danze, perché questa è la funzione essenziale
della nostra "coppia", ma ci sono anche canti d'amore e canti
di storia, in particolare sull'emigrazione, esperienza comune
di tutte le famiglie di questa regione.
1: Alessandrina cache cache
Questa danza, ancora
oggi molto popolare, deve il suo nome all'origine piemontese.
Si danza in cerchio, la cui dimensione può variare,
formato da coppie che alternano un uomo e una donna. La
sua struttura è la seguente: A = un giro; BB = si formano
delle coppie che realizzano insieme sul posto delle figure
con i piedi; A = si riforma il cerchio; la sequenza A, BB,
A si ripete all'infinito.
2: Marcellina (Pianta verdolina)
È una delle canzoni
che mi ha trasmesso una signora, Zulema Negro di Cosola,
un villaggio che appartiene ad un'altra valle, e che io e
Daniele abbiamo messo in musica. Marcellina è una ragazza
che, credendosi tradita, piange e rifiuta di lavorare mentre
invece il suo innamorato afferma di amarla e di non aver
mai incontrato un'altra così carina!
3: Valzer in Gennaio
Ho impiegato molto tempo per
permettermi la libertà di creare altre composizioni, diverse
da quelle che mi erano state confidate. "Valzer in gennaio" è
una scommessa che ho fatto con me stesso. Scrivere un valzer
ispirato a ogni mese dell'anno.
4: Alessandrina Do La
Un'altra versione della danza.
5: La neve va con il sole
C'è un solo piffero, come
un'improvvisazione libera che fa intendere tutti i colori dello
strumento, che ho immaginati mentre la neve si scioglieva.
Da qui il suo titolo: la neve se ne va con il sole.
6: Polca in La minore
È questa la famosa melodia che
ho imparato dal mio maestro e alla quale non osavo metter
mano per paura di vederla trasformarsi in qualcos'altro.
Quando il mio maestro e mia nonna, le persone che mi hanno
trasmesso questo repertorio, sono mancate, ho dovuto
incarnarle e ho finito per suonare con loro.
7: Alessandrina in Re
Questa composizione, che assomiglia
a un piccolo preludio di Bach, propone una struttura
assai complessa e dei cambi di tonalità assolutamente inattesi.
Giacomo Sala diceva che era "un'alessandrina arrabbiata,
in cui l'energia del ritmo della fisarmonica e la melodia del
piffero litigavano tra di loro". In effetti, questo gioco tra le
armonie proposte e le tensioni modali è un forte stimolo
per i danzatori e mi commuove profondamente.
8: Piana
Si danza in cerchio con la particolarità che,
quando l'acuto si fa intendere, i danzatori si riuniscono
al centro ed emettono un grido. Senza dubbio una forma
piuttosto arcaica. Le melodie delle piane sono sempre molto
interessanti, ma questa è particolarmente contorta, se non
impossibile da cantare. Tutto il nostro repertorio è trasmesso
e memorizzato localmente. Se non sei capace di cantare
quello che suonerai (compresi dei micro-intervalli estranei
al sistema tonale, delle figure ornamentali ecc.) non riesci a
ottenere un risultato convincente. Mi ci è voluto del tempo
per venire a capo di questi piccoli moduli trasformabili e
ipnotici.
9: Il Sirio
Era il nome di un battello partito da Genova
per l'America e affondato presso le coste spagnole nel 1906
facendo più di 500 vittime, perché si era fermato a prendere
degli emigrati clandestini! Questo tema è purtroppo sempre
di attualità.
10: Polca Ernesto
Un pezzo importantissimo, in tre
parti, che Ernesto Sala suonava in modo brillante.
11: Mazurca "Per Tilio"
È una composizione di Daniele
dedicata ad un amico fisarmonicista che gioca anch'esso con
il cromatismo. È costruita su una successione di moduli
corti che si aprono su dei piccoli spazi di improvvisazione,
struttura che non appartiene alla tradizione.
12: Occhi neri
Questa canzone, che è normalmente
un assolo che è stato armonizzato esplorando in parte il
modello delle polifonie della nostra regione, è cantato tradizionalmente
alle ragazze, durante il cammino che percorrono
dalla loro casa natale al luogo delle nozze. A dispetto
della situazione, questi canti sono spesso piuttosto atroci:
spose assassinate, coppie separate, come per esorcizzare in
anticipo la sventura che potrebbe abbattersi sulla coppia.
Tutto è fatto per far piangere. Le cose sono cambiate ora,
ma nel passato non era raro che le ragazze fossero date in
moglie a un vecchio, tornato dall'America con un piccolo
gruzzolo. D'altra parte il tema delle "spose forzate" fa parte
di un importante patrimonio di canti piemontesi, i cui testi
sono stati raccolti da Costantino Nigra, mentre le melodie
sono sopravvissute grazie alla memoria dei nostri vecchi
e del piffero.
13: Sestrina
È una danza antica, che è stata abbandonata,
ma che i suonatori di piffero hanno utilizzato come
melodia di strada per accompagnare cortei e processioni.
La suono da molto tempo con Daniele, ma è la prima volta
che la registriamo.
14: Mazurca "Dau pien d'alàs"
È originaria del Piemonte.
A differenza di altri brani, ho preferito suonarla in un
modo quasi lineare, piuttosto che ornarla, per preservarne
la malinconia. È questo contrasto tra la gioia e la malinconia
che commuove alle feste. Quando si parla di un buon musicista
si dice "che fa piangere" ed è questa la felicità!
15: Vieni bella
Questo canto è di solito una polifonia a
più voci. Ma noi abbiamo pensato che due voci e una fisarmonica
basterebbero per questa serenata amorosa che dice
semplicemente "esci sul balcone, vieni con me, ascoltami
cantare!"
16: Valzer in Settembre
Un altro valzer di stagione che ho composto io.
17: Il vecchio e il bambino
Questa canzone di Francesco
Guccini, il nostro Brassens, mi commuove particolarmente
perché parla della memoria e del futuro, nella
relazione tra una persona anziana e un bambino. È una
canzone che rievoca delle cose che ho visto cambiare, la
difficoltà di comprendere la storia, di pensarla come una
realtà e non una fiaba. Rende omaggio a coloro che ci hanno
trasmesso il passato.
18: Polca Didl di
Ho cercato di comporre una melodia
molto allegra con dei ritmi e degli accenti un po' beffardi.
D'altra parte, nelle feste, tutti si alzano per danzare questa
polca.
19: Giga a quattro
Si tratta di una danza piuttosto
nobile nel nostro contesto popolare. È realizzata da quattro
donne e due uomini. La donne, dopo una presentazione,
formano un quadrato; segue un ballo che prevede dei cambi
di posto all'interno del quadrato. Abbiamo registrato questo
pezzo mentre degli amici lo ballavano!
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